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Se chiudo gli occhi le immagini scorrono soffuse del sapore di ricordi, eppure incredibilmente nitide: le mani nodose di un vecchio ancora pieno di voglia di fare che preparano un orcio antico con la premura del cuore, il profumo dell'olio come oro liquido, I miei occhi di bambina incantati al cospetto di quei gesti senza tempo. Fuori il vento che accarezza le foglie di ulivi secolari di una terra generosa il cui sapore fa parte di te come una mano, un braccio, un pezzo di cuore.
Oggi che nonno non c'è più, spetta a me tramandare quella dedizione commovente al mio bambino di due anni, che pare avere ereditato da lui l'amore per la terra e che se la lascia scorrere tra le dita con la mia stessa meraviglia di tanti anni fa. Un amore che non può semplicemente ridursi ad una produzione super intensiva e massificata che penalizza le nostre  tradizioni. Un amore che invece preserva la naturale architettura della pianta di olivo che ne esalta la biodiversità, le differenze fortemente volute e mantenute perché non ci sia omologazione perché i nostri oli sappiano vivificare la straordinaria unica varietà di profumi sensoriali del loro olio e perché le nostre colline continuino a fremere del verde polveroso di migliaia di piante l'una diversa dall'altra ognuna con la sua storia di decenni.
Sta tutto qui nei gesti antichi che si tramandano in una dedizione ancestrale che va al di là di qualsiasi profitto il senso di "adotta un olivo"

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